Le origini del museo risalgono al 1929, quando Gianni Caproni e la moglie contessa Timina Caproni Guasti, aprirono il primo museo aziendale italiano per conservare le tradizioni della propria azienda e dell’aviazione italiana.
Agli aerei Caproni del periodo pionieristico vennero così affiancandosi le prime raccolte di documenti e libri, mentre dal mecenatismo verso i pittori futuristi prese corpo una pinacoteca sul volo di estremo interesse e valore.
Nel 1934 Gianni Caproni fece parte del comitato organizzatore dell’Esposizione dell'Aeronautica Italiana, tenutasi a Milano, dove inviò quattro apparecchi del suo museo: il Ca. 1, il biplano Ca. 6 dalle caratteristiche ali a doppia curvatura, il monoplano Ca. 18 e il bombardiere Ca. 36M. Il trimotore venne modificato per l’occasione con le insegne del celebre esemplare “Asso di Picche”, usato durante la prima guerra mondiale da Pagliano, Gori e D’Annunzio.
L’Esposizione ebbe successo, tanto che alla chiusura Mussolini diede ordine che la Regia Aeronautica trasferisse il proprio Museo Storico dalla Reggia di Caserta dov’era ospitato nei locali dell’Accademia, a Milano. Qui, assieme al materiale promesso dalle industrie e dai privati, la collezione avrebbe dovuto confluire in un Museo Nazionale Aeronautico.
Tramontata questa ipotesi, il Museo Caproni rimase l’unica istituzione in Italia in grado di configurarsi come “museo generale dell’aviazione”. Sino alla metà degli anni Trenta i cimeli erano accantonati nelle officine, in mezzo agli aerei in revisione e riparazione. Ben presto però l’importanza e la quantità del materiale raccolto resero necessaria la realizzazione di una struttura museale permanente. Nel 1940, in questo spazio, trovavano posto i Caproni Ca. l, Ca. 6, Caproni Bristol, Ca. 18, Ca. 20, Ca. 22, Ca. 36M, Ca. 42, Ca. 53, elementi del Ca. 60, l’Ansaldo SVA 5 n° 11777 di Gino Allegri, il CNA Eta, la fusoliera del Fokker D. VIII, tre Gabardini (due monoplani, tra cui uno idro e un biplano G.51), le fusoliere di un Macchi-Nieuport 29 e di un Roland VIb, un troncone di Siemens Schuckert D.IV, tre navicelle di dirigibili, la ricostruzione dell’aliante di Leonardo, più un numero non quantificabile di modelli, motori, eliche e reperti vari.
La seconda guerra mondiale compromette una parte della collezione. L’unico esemplare esistente del grande bombardiere triplano Ca. 42, fu bruciato dalle maestranze durante l’occupazione di Taliedo. Scomparvero inoltre le fusoliere di Nieuport 29 e Roland VIb e il CNA Eta.
Dopo la pausa imposta dai duri anni del dopoguerra il Museo riprese l’attività con la parte documentaria a Roma e i velivoli a Venegono Superiore. La vitalità del museo si dovette in quegli anni alla fondatrice, Timina Caproni di Taliedo.
Negli anni ‘60 il Museo Caproni riapre una sezione espositiva nella vecchia fabbrica di Vizzola Ticino. Qui, in un ambiente reso particolarmente suggestivo dai capannoni originali della Prima Guerra Mondiale, furono rimontati i velivoli meglio conservati ed effettuati alcuni interventi conservativi. La presenza a Vizzola Ticino di una pista di volo in erba di circa 600 metri rese possibile negli anni successivi l’arrivo in volo di numerosi apparecchi donati al Museo, in perfette condizioni al termine della propria carriera volativa, tra cui l’Avia FL.3 e il Macchi MB. 308. Tramite l’impegno di Giovanni e di Maria Fede Caproni fu così acquisita una collezione molto rappresentativa dell’aviazione italiana.
Nel 1988 la famiglia Caproni strinse un accordo con la Provincia autonoma di Trento, che si impegnava a restaurare la collezione e a realizzare accanto all’aeroporto di Trento una struttura museale intitolata “Museo dell’Aeronautica Gianni Caproni”.
Nel 1989 ebbe inizio il complesso lavoro di restauro dei velivoli della collezione affidato alla ditta Masterfly di Rovereto. Un tipico esempio di difficoltà è il Breda 19, unico esemplare esistente del celebre biplano acrobatico degli anni Trenta. Il suo restauro, eseguito partendo da una fusoliera e alcune semiali di incerta origine, ha richiesto la ricostruzione di molte parti mancanti. Benché agli aerei del Museo Caproni non sia più richiesto di volare, l’obiettivo del restauro è stato di ripristinarne tutti i dettagli tecnici, compatibilmente con la reperibilità delle parti e i limiti di spesa. In diversi casi si sono potuti anche far funzionare i motori, i freni, i comandi di volo e altri impianti di bordo.
Si sono avute inoltre le convenzioni con l’Aeronautica Militare Italiana, il Museo Storico della Guerra di Rovereto, in base alle quali sono stati affidati al Museo Caproni vari velivoli tra i quali, nel luglio 1993, il raro trimotore Savoia Marchetti SM79 recuperato in Libano dal 2° Gruppo Manutenzione Velivoli di Guidonia dell’Aeronautica Militare.
Tali acquisizioni, nonché la disponibilità presso la famiglia Caproni di ulteriori velivoli storici, rendono necessari ulteriori spazi espositivi e di magazzino per contenere l’intera raccolta di circa cinquanta velivoli.